Alcune settimane or sono, ho incontrato nei pressi della Basilica dell’Immacolata una mia vecchia conoscenza che non vedevo da mesi. “Sai – mi ha detto – non vengo più sul Corso perché non c’è parcheggio, lo faccio solo quando non posso farne a meno”. Ci vollero alcuni minuti per spiegare che la sua affermazione era sbagliata e, mentre le illustravo le varie possibilità di sosta che la Città offre, le proposi di accompagnarla alla sua auto per continuare il mio discorso. “No, grazie, ho l’auto in Piazza Prefettura. La prendo e corro a casa perché ho fretta”. Vi prego di credermi, questo episodio mi è veramente accaduto e mi ha dato una ulteriore conferma di come tanti catanzaresi siano vittime di luoghi comuni che non riescono a rimuovere, nemmeno di fronte alle più eclatanti evidenze. “Catanzaro è una città brutta”, “non c’è niente”, rafforzata in “non c’è niente da fare”, “la sera è un mortorio”. Sono le frasi che sentiamo dire, e le sentiamo da sempre, prigioniere di un immobile modo di percepire la Città, descritta ancora oggi con le parole di cinquant’anni fa e con gli occhi di chi non vuol vedere C’è chi afferma che questi comportamenti pessimistici e lamentosi ci siano stati lasciati in eredità dalla cultura greco arcaica – chi di voi non ha sentito parlare del proverbiale “pianto greco” - o che siano da ricondurre a matrici antropologiche. Tralasciando qui di eccepire l’assoluta genericità di tali assunti e, anche, l’opportunità di scomodare inutilmente culture del passato e scienze di difficile applicazione, mi sento di affermare che la storia di Catanzaro e dei catanzaresi è al contrario testimonianza di un popolo forte, fiero, volenteroso, portatore di sani ideali, di principi fondamentali e, soprattutto, profondamente legato alla propria città che vanta una storia di considerevole importanza. Le nostre origini, infatti, affondano le radici nelle protostoriche genti itale che, sotto l’illuminato governo del leggendario Re Italo, per prime si stabilirono dell’Istmo di Catanzaro e nelle valli fluviali del territorio comunale; la Città alta, formatasi in epoca bizantina a seguito della migrazione dalle coste, ebbe da subito la conferma della Sede Vescovile e venne posta a Capo della Provincia bizantina con l’erezione del Pretorio avente giurisdizione su tutto il territorio calabrese e, tali prerogative e funzioni, le vennero confermate durante il periodo normanno, svevo, angioino ed aragonese e, successivamente, fu centro politico e amministrativo di valenza regionale fino al periodo napoleonico e, dopo questo, continuò ad esercitare di fatto il ruolo di Città guida della Calabria, tanto che il 1970 fu confermata quale Capoluogo di Regione nel nuovo assetto istituzionale italiano. Una storia lunga millenni, costellata da esaltanti avvenimenti municipali - quali la cacciata nel secolo XV del tirannico Conte Centelles e la vittoriosa resistenza nello storico assedio del 1528 -, da fondamentali assetti normativi - rappresentati dagli Statuti di Alfonso d’Aragona del 1473 per il Governo della Città e dal diploma del 1519 dell’imperatore Carlo V per l’istituzione del Consolato dell’arte della Seta - e popolata di decine di illustri filosofi, letterati, scienziati, giuristi, patrioti, uomini di governo, i cui nomi hanno portato lustro e sono conosciuti in Italia ed all’estero E allora, perché, con tutto questo cospicuo bagaglio storico, noi catanzaresi dovremmo essere antropologicamente inadatti a sapere apprezzare la nostra Città?