15 Febbraio 2011
Alcune settimane or sono, ho incontrato nei pressi della Basilica dell’Immacolata una mia vecchia conoscenza che non vedevo da mesi. “Sai – mi ha detto – non vengo più sul Corso perché non c’è parcheggio, lo faccio solo quando non posso farne a meno”. Ci vollero alcuni minuti per spiegare che la sua affermazione era sbagliata e, mentre le illustravo le varie possibilità di sosta che la Città offre, le proposi di accompagnarla alla sua auto per continuare il mio discorso. “No, grazie, ho l’auto in Piazza Prefettura. La prendo e corro a casa perché ho fretta”. Vi prego di credermi, questo episodio mi è veramente accaduto e mi ha dato una ulteriore conferma di come tanti catanzaresi siano vittime di luoghi comuni che non riescono a rimuovere, nemmeno di fronte alle più eclatanti evidenze. “Catanzaro è una città brutta”, “non c’è niente”, rafforzata in “non c’è niente da fare”, “la sera è un mortorio”. Sono le frasi che sentiamo dire, e le sentiamo da sempre, prigioniere di un immobile modo di percepire la Città, descritta ancora oggi con le parole di cinquant’anni fa e con gli occhi di chi non vuol vedere C’è chi afferma che questi comportamenti pessimistici e lamentosi ci siano stati lasciati in eredità dalla cultura greco arcaica – chi di voi non ha sentito parlare del proverbiale “pianto greco” - o che siano da ricondurre a matrici antropologiche. Tralasciando qui di eccepire l’assoluta genericità di tali assunti e, anche, l’opportunità di scomodare inutilmente culture del passato e scienze di difficile applicazione, mi sento di affermare che la storia di Catanzaro e dei catanzaresi è al contrario testimonianza di un popolo forte, fiero, volenteroso, portatore di sani ideali, di principi fondamentali e, soprattutto, profondamente legato alla propria città che vanta una storia di considerevole importanza. Le nostre origini, infatti, affondano le radici nelle protostoriche genti itale che, sotto l’illuminato governo del leggendario Re Italo, per prime si stabilirono dell’Istmo di Catanzaro e nelle valli fluviali del territorio comunale; la Città alta, formatasi in epoca bizantina a seguito della migrazione dalle coste, ebbe da subito la conferma della Sede Vescovile e venne posta a Capo della Provincia bizantina con l’erezione del Pretorio avente giurisdizione su tutto il territorio calabrese e, tali prerogative e funzioni, le vennero confermate durante il periodo normanno, svevo, angioino ed aragonese e, successivamente, fu centro politico e amministrativo di valenza regionale fino al periodo napoleonico e, dopo questo, continuò ad esercitare di fatto il ruolo di Città guida della Calabria, tanto che il 1970 fu confermata quale Capoluogo di Regione nel nuovo assetto istituzionale italiano. Una storia lunga millenni, costellata da esaltanti avvenimenti municipali - quali la cacciata nel secolo XV del tirannico Conte Centelles e la vittoriosa resistenza nello storico assedio del 1528 -, da fondamentali assetti normativi - rappresentati dagli Statuti di Alfonso d’Aragona del 1473 per il Governo della Città e dal diploma del 1519 dell’imperatore Carlo V per l’istituzione del Consolato dell’arte della Seta - e popolata di decine di illustri filosofi, letterati, scienziati, giuristi, patrioti, uomini di governo, i cui nomi hanno portato lustro e sono conosciuti in Italia ed all’estero E allora, perché, con tutto questo cospicuo bagaglio storico, noi catanzaresi dovremmo essere antropologicamente inadatti a sapere apprezzare la nostra Città?
Come mai Catanzaro, in questi ultimi anni notata, valutata e positivamente giudicata da chi la osserva dall’esterno, è denigrata dai suoi stessi abitanti? Accanto a motivazioni di carattere generale che la accomunano ad altre realtà del meridione d’Italia, sempre più emarginato e discriminato dai centri decisionali del potere politico ed economico che hanno comportato una variazione, nella scala delle priorità sociali, a favore delle necessità individuali con discapito di quelle collettive, non v’è dubbio che ciò possa essere determinato anche dal fenomeno dell’imbarbarimento della dialettica politica che, alla fine, riesce a coinvolgere acriticamente alcuni strati di popolazione. Basta riflettere serenamente e levare davanti agli occhi la trave dell’antagonismo esasperato per scoprire una Città viva, organizzata, emancipata, aperta, erudita ed accogliente. Una Città che, grazie ad una accorta e lungimirante amministrazione, ha invertito la precedente percezione che di essa si aveva a livello regionale e nazionale, proponendosi sempre in maniera positiva e riuscendo ad affrancarsi dallo stereotipo affaristico-malavitoso con il quale i media usano descrivere le realtà del Sud e della Calabria in particolare e che è assurta agli onori della cronaca per iniziative lodevoli e di favorevole ritorno di immagine. Una Città che ha registrato, per la prima volta, la creazione ed il consolidamento di un consistente flusso turistico nazionale ed estero, che ha posto le condizioni per l’apertura di decine di accoglienti e qualificati esercizi della ristorazione in grado di soddisfare le richieste di una enogastronomia tipica ed internazionale, che ha assecondato la nascita di accattivanti locali in grado di accogliere la splendida “movida” notturna, che ha favorito la realizzazione di strutture ricettive, dai B&B agli Alberghi di pregio anche in pieno centro storico, che ha coraggiosamente scelto di privilegiare scelte ambientaliste, tutelando l’area di Giovino riqualificando lo storico Parco Urbano “Giardini Margherita” e istituendo aree pedonali ed a traffico limitato che, secondo recenti studi, rappresentano sempre più una alternativa salutista e commercialmente valida rispetto allo stressante consumismo dei Centri Commerciali di periferia. E come non citare, ancora, i tanti contenitori culturali, la miriade di manifestazioni, convegni, spettacoli, esibizioni che si svolgono durante tutto l’arco dell’anno e, tra questi, l’evento principe della “Notte Piccante” che, fin dalla sua prima edizione, è riuscito ad attrarre centinaia di migliaia di partecipanti, destando anche l’attenta curiosità dei media nazionali che più volte hanno portato sui teleschermi le immagini della strepitosa rossa notte catanzarese. Eh sì, tutto questo pochissimi anni or sono non c’era e converrete con me che le affermazioni con le quali ho iniziato questa mia riflessione non hanno ragione di esistere. Al contrario, se solo si ha voglia di viverla, la Città sa offrire quasi ogni giorno occasioni per tutti gli interessi e le aspettative e non ammetterlo, anzi negarlo, è un deleterio ed autolesionista atteggiamento che danneggia l’intera collettività e potrebbe vanificare la prosecuzione di questo virtuoso processo. Occorre crederci tutti assieme e cercare contrastare un certo tipo di controcultura che vuole il Sud protagonista solo di fenomeni di mafia, ‘ndrangheta, cattiva politica e malasanità. E’ necessario sforzarsi per rubare la scena ad artefatte tradizioni spesso basate su fatti inesistenti. Pensate, giusto per fare un esempio, che Verona è diventata la città dell’amore sulla scorta della storia inventata di Giulietta e Romeo, scritta da un commediografo inglese che, a sua volta, si è ispirato ad una trama fantasiosa più volte ripresa da vari autori che si rifacevano ad una novella ideata per la prima volta da un tal Masuccio Salernitato, un uomo del Sud. Catanzaro, invece, che è stata teatro di una avvincente e tragica vicenda realmente accaduta nei primi anni dell’ottocento, quella che ha visto spegnersi nel sangue il contrastato amore di Rachele De Nobili e Saverio Marincola, non ha saputo porsi sullo stesso piano dell’opera shakespiriana. Mi auguro non per molto, anche una Capitale dell’Amore è importante provarci per iniziare anche questa tradizione che serve a promuovere la città e conseguentemente nuovi flussi economici.
Roberto Talarico
Assessore al Turismo
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